"Quartieri Alti" Mario Soldati, Italia, 1943-45, b\n, 82 min
Il cinema di Soldati obbedisce interamente ai canoni della grammatica registica classica.
"Quartieri Alti" è una commedia d'impianto morale avente come motore narrativo l'equivoco borghese in funzione di discriminante morale, nodo irrinunciabile per quel cinema, secondo i modi dell' "essere" e dell' "apparire".
Questo il codice : l'amore è il sentimento primo, manifesto a vari gradi, ma sempre insufficiente per se solo. L'amore dunque si accosta alle diverse altre forme delle figure della narrazione assumendo virtuosità e dunque giustificazione morale solo nell'accostamento amore\essere (vedi Isabella e Giorgio "convertito"). Sentimento antitetico all'amore è invece l'arrivismo sociale, il raggiungimento dello status borghese, anche nell'apparenza. Qui non sta virtù. L'intera commedia si snoda nello smascherare l'inganno del protagonista e il suo errore fondamentale: l'accostare l'amore, sentimento primo e vero, all'apparenza, pensando così di giustificarlo maggiormente.
Il regista con questo codice si trova davanti al problema dell'evidenziare filmicamente i punti notevoli del discorso ove questo si concretizza nel suo fine ultimo: la virtù.
Soldati nella propria grammatica visiva sceglie dunque il primo piano come il quadro della VIRTù (emblematico il primo piano finale di Isabella e Giorgio "convertito", un primo piano della definitiva realizzazione virtuosa dell' intreccio narrativo, realizzazione verso la quale tutto il film tende).
Se il primo piano è per Soldati il quadro dove le figure principali del racconto trovano redenzione gli altri personaggi invece, relegati a restare nel "non-virtuoso", vengono sballottati per tutto il film in lunghi piani sequenza.
Si limitano a riflettersi su specchi senza nemmeno aver diritto di guardare se stessi, giudizio ultimo di moralità.