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mercoledì, 03 gennaio 2007

Il peccato è originale

"I Promessi Sposi", Mario Camerini, Italia, 1941, b/n, 112min.

"I Promessi Sposi" di Mario Camerini si presenta, apparentemente, come una trasposizione tanto fedele quanto piatta dell’omonimo romanzo, ma in realtà il film cela  un’interessante riflessione sulla religiosità e sui personaggi del mondo manzoniano.
Effettivamente la prima parte del film nella sua compattezza e nel suo rigore sfiora toni quasi didascalici anche se Camerini non rinuncia mai ad evidenziare il forte sentimento  religioso che aleggia nella vicenda approfittando inoltre, impercettibilmente e con grande abilità registica, a caratterizzare fortemente i personaggi, lavoro che porterà  i suoi frutti  con il succedersi degli eventi e senza il quale l’impianto filmico crollerebbe rovinosamente.
Sempre nella prima parte il racconto è incentrato quasi completamente sulla fisicità e sul movimento dei personaggi, il loro sentire è percepito essenzialmente in un movimento che è quasi un proseguimento del sentire religioso collettivo. All’ inizio questa religiosità è vista come una necessità dai personaggi che ne sono fortemente intrisi e caratterizzati: sia nel bene che nel male.
Con la fuga di Renzo e Lucia si da il via  a un continuo susseguirsi di eventi che li abbracciano completamente trasportandoli lontano; a questo punto si ha una netta frattura nella scelta di raccontare i personaggi. Questi non sono più visti come singoli in lotta, ma la loro fisicità entra a far parte di un “ corpo popolare” in un mondo universalmente religioso. Questo è però un religioso interpetato come espiazione della colpa per un male che è nella gente e che è della gente. Il bisogno di espiazione, di una ricerca spirituale di massa è impellente, in quanto il "corpo popolare" stesso di ritrova sgomento a riconoscersi quale "massa damnationis", misterica e inesplicabile, ma portatrice della sua innata colpa.
Tutto questo risulta lampante nella parte conclusiva del film, dove, allo scoppio della peste, i toni precedentemente descritti nei personaggi mutano radicalmente. La massa popolare è ora completamente decostruita dalla morte e la soggettività continua ad essere assente. Renzo e Lucia si limitano ad essere trasportati dagli eventi. I corpi non riescono più a governare il proprio destino e la loro fisicità è dispersa nel caos della morte e della malattia come testimoniano le immagini di Camerini che mostrano cadaveri ammassati su altri cadaveri.
La morte piomba non come "divina provvidenza", quasi fosse un deus ex machina, a districare l'intreccio drammatico, ma come giudizio ultimo, restituendo le cose alla loro stessa natura, una natura colpevole.
La morte che arriva terribile con la peste, non è il segno provvidenziale che restaura un ordine ma è l'atto che sigilla definitivamente la natura della cose.
Ora anche il senso religioso è profondamente mutato, ora sembra che il potere sugli eventi sia solo nelle mani della provvidenza divina, il moto continuo dei corpi sembra ordinato solo da un volere esterno e questo amplifica nei corpi stessi il bisogno di conversione e di cancellamento del male. Realmente nel film l’effetto della peste sarà quello di un ultimo riordinamento giuridico delle coscienze per mezzo della morte.
Ne emerge una visione intrisa di spirito cristiano, dove la colpa è presupposta e innata, e la sua azione corrosiva sull'umano è connaturata all'umano stesso. Il solo moto possibile in questo stato incontrovertibile è il moto verso la morte nell'ipotesi di un oltre-umano dunque di un oltre-colpevole.
postato da: cinemarx alle ore 10:52 | link | commenti
categorie: camerini mario